MARCO
Ricordo ancora il giorno in cui, a soli 12 anni, ho posato gli occhi sul Monte Rosa. Quella massa imponente di ghiaccio e roccia è diventata la mia aula, il luogo dove ho imparato a leggere la natura. Due anni dopo, a 14 anni, ho sfidato le mie prime vette: la Cima Jazzi, lo Sthralhorn (il mio primo 4000 metri) e la leggendaria Cresta Signal, che termina alla cima Gnifetti a 4554 metri. Da lì, è iniziato un viaggio senza fine.
Nel 1977, quando ho preso la guida alpina, ho capito che la montagna non era solo un’ambizione, ma una scuola di vita. Ogni salita – sul Monte Bianco, il Cervino, o durante i trekking e lo sci-alpinismo in giro per il mondo – mi ha insegnato a soffrire, a sognare, a rinunciare.
Ma soprattutto, a vivere.
Il 1979 mi ha portato nell’Hoggar algerino, dove ho affrontato una via così difficile che ancora oggi sento il brivido di quella roccia sotto le dita. Nel 1981, in Nepal, ho tracciato una nuova via sulla parete nord del Glacier Dome, a 7300 metri. Il Perù, nel 1982 e nel 1989, mi ha sfidato con ghiacci verticali e pareti che sembravano impossibili. E l’Alaska? Nel 1985, il Monte McKinley (Denali) mi ha regalato una lezione di umiltà: a 6150 metri, ogni passo è una battaglia contro il vento e il freddo.
Oggi, dopo decenni di salite con clienti in Patagonia, Africa, Nepal e Alpi, so che la montagna non è solo una meta. È un maestro severo e generoso. Mi ha insegnato a gioire nelle piccole vittorie, a trasformare il sacrificio in forza, a trovare la bellezza nelle tempeste. Ogni avventura – dalle prime ascensioni alla direttissima alla Zumstein – è un ricordo che porto dentro, come un fuoco che continua a bruciare.
La natura selvaggia mi ha dato tutto: emozioni che non si dimenticano, silenzi che urlano più delle parole, e la certezza che, qualsiasi cosa accada, la vita vale la pena di essere vissuta.













